Amelia Rosselli è stata una poetessa e scrittrice italiana, nota per la sua opera intensa e innovativa e per la sua sensibilità verso le nuove forme poetiche.
A cura della Redazione
Nata a Parigi il 18 febbraio 1930 da una famiglia di origini italiane, trascorse gran parte della sua infanzia in Italia. Rosselli visse una vita segnata da eventi drammatici, tra cui l’emigrazione della sua famiglia dopo la seconda guerra mondiale, con la perdita del padre, noto intellettuale e antifascista Carlo Rosselli, il quale trascorse parte della sua vita in esilio, prima in Francia e poi negli Stati Uniti, a causa delle persecuzioni fasciste in Italia.
La sua opera è caratterizzata da una profonda esplorazione dei temi dell’identità, della memoria e della vita quotidiana, e riflette le sue esperienze personali e storiche.
Rosselli è considerata una delle voci più originali della poesia italiana del Novecento, e la sua scrittura è spesso associata al gruppo di poeti chiamato “poesia visiva” e alle avanguardie, un movimento artistico e letterario che combina elementi di poesia e arte visiva, creando opere in cui il testo stesso diventa un elemento grafico e plastico.
Questo approccio si è sviluppato particolarmente nel contesto delle avanguardie del XX secolo, quando artisti e poeti hanno iniziato a esplorare nuove forme espressive, superando le tradizionali barriere tra le diverse discipline artistiche.
Nel corso della sua carriera, ha pubblicato diverse raccolte di poesia, tra cui “L’Ombra delle Parole,” “Maternità,” e “Il piccolo libro dell’inquietudine.” La sua produzione letteraria è caratterizzata da una forte ricerca stilistica e da un linguaggio originale, spesso influenzato dalle sue esperienze personali e dalla sua formazione intellettuale. Tra le sue opere più significative ci sono le raccolte di poesie, come “L’iris di Firenze” e “Dopo un lungo silenzio”. Essa ha anche affrontato il tema della condizione femminile e della libertà personale, rendendo le sue opere molto attuali e pertinenti.
La sua poesia sfida frequentemente le aspettative, mescolando il personale con il politico, il concreto con l’astratto.
In Italia collabora con varie riviste e lavora a varie traduzioni di autori stranieri, conoscendo intellettuali come Rocco Scotellaro, Carlo Levi e Pasolini.
La sua prosa, i suoi saggi e le sue traduzioni hanno contribuito a diffondere la cultura letteraria italiana, sia in Italia che all’estero.
Amelia Rosselli ha avuto un’importante influenza sulla poesia contemporanea e continua a essere studiata e apprezzata per il suo approccio distintivo e innovativo alla letteratura.
La vita di Amelia Rosselli è stata anche segnata da difficoltà personali, tra cui problemi di salute mentale, che influenzarono la sua scrittura e la sua vita quotidiana.
Morì a Roma l’11 febbraio 1996. La sua opera continua a essere studiata e apprezzata per la sua complessità e la sua profondità emotiva.
I fiori vengono in dono e poi si dilatano
da “Documento” (1966-1973)
I fiori vengono in dono e poi si dilatano
una sorveglianza acuta li silenzia
non stancarsi mai dei doni.
Il mondo è un dente strappato
non chiedetemi perché
io oggi abbia tanti anni
la pioggia è sterile.
Puntando ai semi distrutti
eri l’unione appassita che cercavo
rubare il cuore d’un altro per poi servirsene.
La speranza è un danno forse definitivo
le monete risuonano crude nel marmo
della mano.
Convincevo il mostro ad appartarsi
nelle stanze pulite d’un albergo immaginario
v’erano nei boschi piccole vipere imbalsamate.
Mi truccai a prete della poesia
ma ero morta alla vita
le viscere che si perdono
in un tafferuglio
ne muori spazzato via dalla scienza.
Il mondo è sottile e piano:
pochi elefanti vi girano, ottusi.

“I fiori vengono in dono e poi si dilatano”, è una poesia della raccolta “Documento”, e si presenta come un’osservazione e un’interpretazione della bellezza della vita e del mondo, con un pessimismo ed una amarezza sottile e cosmica:
I fiori rappresentano un dono da fare, un dono semplice e immediato, che però riveste una profonda importanza. Il fiore viene dalla terra e della terra ha il sapore e la consistenza, così come l’uomo. Poi si dilatano perché sbocciano o perché appassiscono forse. E noi con la nostra sorveglianza, con il nostro contemplarli, facciamo silenzio nella loro vita e nella loro essenza, rendendoli semplici doni e scordandoci che essi sono anche esseri, così come può accadere con gli uomini.
L’iniziale riflessione sull’allegria di ricevere un dono così semplice, ma prezioso, va sbiadendo nella triste constatazione del dolore del mondo, il mondo è un dente strappato, e il tempo passa senza neanche sentirlo sulla pelle, cambia i nostri volti senza nemmeno toccarci. E la pioggia diventa sterile, perché uccide i fiori e con essi la felicità.
Qui il parallelo viene fatto per l’amore, il tempo tipico dei fiori, della felicità e della tristezza. Nella nostra fragilità, nei nostri semi distrutti che tentiamo di unire con altri semi distrutti per rinascere, si traduce il verso “rubare il cuore di un altro per servirsene”, infatti allo scopo di ricreare quell’iniziale felicità tipica dello sbocciare, del tempo in cui si è finalmente completi, si cercano altri fiori con cui combinarsi.
La speranza è un danno che segna indelebilmente l’anima, infatti nel desiderio di avere e nell’impossibilità di avere si prova un’infelicità che smorza ogni possibile risvolto positivo di cui si parla nella terza strofa e le monete, che rappresentano la materialità, suonano come vuote e crude nella freddezza della nostra mano ormai inumana, che non sa cosa farsene delle monete, di questa superficialità che non ci appartiene.
Il mostro, la paura, viene immaginato come appartato in una stanza d’albergo, e nei boschi sembrano esserci pericoli inesistenti. Quasi a delineare un contrasto tra l’apparente sicurezza di una camera d’albergo, comoda e tranquilla e i boschi, che sembrerebbero essere oscuri e pieni di mostri. Il nido del terrore, del “mostro” però è nella camera d’albergo, perché il mostro siamo noi stessi e la nostra irrefrenabile irrequietudine, la negazione della nostra ancestrale componente animale.
L’amarezza ora diventa personale. La bugia coltivata nelle varie strofe precedenti esce fuori e si proclama. La poesia era diventata solo un trucco per la poetessa, che si riscopre morta, falsa e le viscere vengono spazzate via da ciò che è diventato reale e non fittizio cioè la scienza.
Il giudizio finale è profondo e aspro. Il mondo è poca cosa, è banale e sono poche le grandi cose che ha e pochi i grandi ideali che vi sono, sono pochi ed anche ottusi, che non sentono ragioni, il mondo in pratica non cambierà mai.
(Critica: Domenico Cuomo, giornalista)

Amelia Rosselli
