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Published on: La Farandola News

L’Archivio di Stato di Modena: un patrimonio da salvare dopo l’alluvione in Emilia Romagna

Sono tante le storie custodite negli archivi che, attraverso atti, documenti, fotografie, testamenti, contratti, video, raccolte di giornali e molto altro, descrivono la società e ne raccontano l’evoluzione. Quando accadono calamità naturali uno dei primi pensieri è salvare tale patrimonio e per far questo ci vuole anche tanta, ma tanta passione.

A cura di Giuseppe Tramontana

Sì, è vera una cosa: professionalità e amore per le attività che ognuno di noi svolgiamo, sono il binomio perfetto per ottenere i giusti risultati nella vita, è la molla che ci permette di avere meritate soddisfazioni. Quando poi si tocca il discorso della cultura in genere e, nello specifico della conservazione, oltre alla professionalità e all’amore, il livello d’impegno cresce aggiungendo importanti responsabilità. Vogliamo parlare in questo numero dell’Archivio di Stato di Modena, protagonista in negativo dell’alluvione che ha colpito duramente l’Emilia Romagna nel maggio scorso.
Chi ha avuto la sfortuna di poter vedere lo scenario che si è presentato appena intervenuti nell’archivio o in quello che poteva essere tale, si può sintetizzare in sola parola: “apocalittico”. Scaffalature collassate, faldoni dispersi e infangati, carte sparse confusamente, aria irrespirabile, una desolazione e uno sconforto indescrivibile. Eppure c’è chi con grande passione si è da subito rimboccato le maniche percependo in maniera chiara che l’operatività in questi casi è primaria. Parliamo della Direttrice dell’Archivio Dott.ssa Lorenza Iannacci la quale certamente si porterà per sempre impressa nella mente ciò che ha potuto vedere. Lei, studiosa archivista, si è immediatamente impegnata per cercare di recuperare il possibile, mettendosi a disposizione dell’Unità di coordinamento crisi regionale (UCCR) del Ministero della Cultura. E’ stata una corsa contro il tempo soprattutto nei confronti di beni fragili e delicati: parliamo della carta, dei documenti e dei libri che per natura subiscono più di altri materiali l’attacco dell’acqua e del fango, con l’inevitabile rischio di rapido degrado dovuto a muffe e funghi. Si parla di un patrimonio enorme, di cui non tutti hanno la percezione esatta di quanto alto sia il valore culturale di tali documenti. Parliamo di antichi statuti, i primi libri a stampa, volumi del Cinquecento, registri seicenteschi delle congregazioni religiose ed opere pie, che narrano la storia delle comunità di assistenza e beneficenza, carteggi amministrativi che attestano le attività degli enti e i rapporti con il territorio e i cittadini. Diciamo che questa, come descrive la stessa direttrice, “è solo una parte di quanto d’immenso si è trovata lei in primis e tanti colleghi nel fronteggiare nel post alluvione”. Mani nel fango, stivali, caschetti protettivi, il tutto coordinato dall’Unità di crisi, giornate interminabili e il tutto finalizzato al recupero di beni inestimabili. Tutto questo è stato suddiviso in due poli ben definiti, da una parte le attività di gestione e organizzazione, fondamentali e indispensabili per la buona riuscita degli interventi nei cantieri e per programmare le fasi successive all’emergenza. Dall’altro il lavoro sul campo, nei cantieri, dove archivisti, restauratori, bibliotecari lavorano incessantemente con la collaborazione stretta del Nucleo tutela patrimonio culturale. Le operazioni di restauro saranno molto lunghe e potrebbero durare anni. Servirà tempo per la messa in sicurezza, anche perché parliamo di chilometri lineari di carta. Come dichiara la stessa Lorenza Iannacci: Documenti e libri vanno spessi tirati fuori da luoghi angusti e senza ossigeno, selezionati, perché qualcosa inevitabilmente non potrà essere conservato, quando possibile sottoposti a un leggero lavaggio, inseriti in sacchetti di plastica e collocati in grandi contenitori industriali ,per essere conferiti nelle celle frigorifere. Due cose per il futuro del patrimonio sono indispensabili : la prevenzione, aspetto fondamentale nella conservazione, che non annulla il rischio, ma di certo può ridurlo; e la conoscenza scientifica degli addetti ai lavori, ma anche la consapevolezza da parte della società civile che archivi e biblioteche sono un patrimonio di tutti e per tutti.

L’Archivio di Stato di Modena
La sua particolare fisionomia è data dal fatto di custodire il rilevante e vasto fondo Estense e Austro-Estense, con documentazione dal secolo VIII. Alla base è la singolare longevità e continuità della dinastia d’Este (poi d’Austria-Este) e alla circostanza che, con la devoluzione di Ferrara alla Camera apostolica nel 1598, avendo il duca Cesare d’Este eletto Modena quale nuova capitale del Ducato, presso questa città fu trasferito il complessivo patrimonio archivistico di famiglia e di governo, mantenendo anche pressoché intatte le tradizioni familiari, di amministrazione e gestione politica dello Stato. Fin dalla sua istituzione (1862), l’Archivio di Stato di Modena ebbe dimora nel complesso architettonico che tuttora lo ospita. L’edificio, in particolare, è un’originaria ala tardo-settecentesca, eretta sugli orti del duecentesco convento dei Padri domenicani ad ampliamento dell’adiacente corpus claustrale, arrivando anche a congiungersi con un’altra sezione monastica già destinata al locale Tribunale dell’Inquisizione. Di quest’ultimo istituto l’Archivio conserva l’intero fondo documentario, costituendo uno dei rari, sopravvissuti archivi inquisitoriali completi italiani.

(Fonte MIC – Ministero della Cultura – www.cultura.gov.it)