Placido Scandurra

Placido Scandurra, sia come artista che come uomo una personalità complessa, ricca di sfaccettature, di sfumature, sicuramente non è facile da collocare nell’ambito delle correnti artistiche contemporanee, ma è da considerare piuttosto un caso a se, al di fuori dei percorsi abituali.

La sua opera, infatti, presenta un fitto intreccio di rimandi iconografici e iconologici (mitologici-religiosi, alchemici, psicoanalitici ecc.), una molteplicità di temi e generi e una considerevole varietà di tecniche e procedure che l’artista impiega con maestria a secondo i suoi scopi e esigenze creative. Qualche tempo fa il critico d’arte Claudio Crescentini l’ha definito in questo senso appunto come “onnivoro coltivatore di arte visiva”, il cui mondo artistico appare un “fitto bosco” malagevolmente penetrabile.

Ma quello che  sembra soprattutto da apprezzare di questo artista è il fatto, che, per quanto fosse stato influenzato ed ispirato dai più diversi elementi dell’ arte antica, moderna e contemporanea, è rimasto sempre fedele a se stesso, che ha saputo comunque difendere una sua autonomia nei confronti delle mode e correnti attuali. Scandurra, da “vero ricercatore” della verità  più profonda che si nasconde dietro le apparenze, ha sempre continuato per la sua strada con tenacia e senza compromessi.

Anche il suo iter formativo si presenta tutt’altro che semplice e lineare e abitualmente si muove su vari binari alternando il lavoro dell’artista con il  restauro e l’insegnamento. Nato a Santa Maria di Licodia (CT) nel 1947, passa una tipica infanzia ed adolescenza di dopoguerra in condizioni sociali piuttosto difficili. All’inizio degli anni ’60, trasferitosi con la famiglia a Catania, comincia ad apprendere il mestiere del restauro e della pittura da maestri locali, tra i quali ricordiamo soprattutto i pittori Antonio Villani e Mario Siragusa e il restauratore Giovanni Nicolosi. Mentre da Nicolosi impara le tecniche del restauro e da Siragusa l’osservazione attenta della realtà, gli trasmette Villani, come amico di Casorati, Previati ed altri, “la cultura”, le conoscenze tecniche e compositive del Primo Novecento, i valori plastici e il senso poetico ed estetico del colore.

Questa prima formazione prevalentemente artigianale è da considerarsi fondamentale per lo sviluppo artistico di Scandurra. Infatti, le sue prime opere risalenti a quest’epoca, per la maggior parte ritratti e nature morte legate all’ambiente familiare, sono realizzate con le terre e olio di lino su canapa preparata a gesso, e presentano una pastosità del colore e una plasticità dei soggetti rappresentati tipica appunto dell’arte figurativa del Primo Novecento Italiano e della Scuola Romana.

Nel 1966/67 Scandurra è militare a Roma e sfrutta tutte le sere di libera uscita per frequentare i corsi alla Scuola Libera del Nudo dell’Accademia di Belle Arti sotto la guida di Beppe Guzzi e Andrea Spadini, e, contemporaneamente, il corso d’incisione calcografica di Attillio Giuliani alla Scuola di Arti Ornamentali del Comune di Roma. In questo periodo incontra inoltre Saro Mirabella, amico di Guttuso e personaggio rilevante del Neorealismo, il quale lo inserisce nel mondo culturale romano. Scandurra viene a conoscere così artisti come Guccione, Cordio, Caruso, Tornabuoni, Maccari, Ciarrocchi e altri . Nel ’68, sull’invito del fratello Alfio, si reca a Parigi dove rimane per circa un mese.

Questa permanenza è arricchita da numerose visite di mostre e di musei che hanno influenzato molto la poetica dell’artista che qui, per la prima volta, ha l’occasione di confrontarsi con le ultime novità dell’arte  moderna e contemporanea.

Nel ’69 invece, essendosi trasferito definitivamente a Roma, l’artista s’iscrive all’Istituto Centrale di Restauro dove consegue il diploma nel ’72, e ha così l’opportunità di approfondire le sue conoscenze delle tecniche pittoriche a livello scientifico ed analitico. Con l’Istituto di Restauro partecipa a varie missioni al Estero, tra cui nel ’70 a Tel Mardik in Siria per il restauro di oggetti archeologici e nel ’71 a Dublino per il restauro delle opere italiane nella National Gallery.

A partire del ’71 comincia la sua costante attività espositiva.

Tra le prime mostre una delle più importanti e sicuramente quella del ‘72 alla Galleria Trifalco a Roma presentata da E.Mercuri, che raccoglie una serie di acquarelli rappresentanti personaggi in pigiama ricoverati nella clinica romana “Salus”.

Dal segno immediato e  dalla pennellata fresca e ricercata che ritrae uomini e donne  in pigiama con originalità e sensibilità in una condizione di vita precaria, si dispiega  già pienamente la maturità artistica del ancora giovanissimo Scandurra.

Nel ’74 l’artista s’iscrive all’Accademia di Belle Arti di Roma, dove consegue il diploma nel ’78. Nel ’76, intanto,ottiene l’abilitazione per l’insegnamento di Discipline Pittoriche. Da questo corso nasce l’interesse dell’artista per la pittura introspettiva, per il surrealismo, ma anche per le esperienze didattiche di P.Klee e Scandurra inizia a studiare le teorie di Jung degli archetipi e delle forme primordiali e totemiche.

Questi studi si rispecchiano in una serie d’incisioni in bianco e nero ed a colori, realizzate utilizzando le tecniche di Haiter e Friedländer, due noti incisori francesi, che l’artista aveva conosciuto durante la sua permanenza parigina. La tecnica dell’incisione affascina l’artista da sempre e la sviluppa parallelamente alla sua produzione pittorica. Anche qui si mostra padrone del mestiere e non si contenta mai dell’improvvisazione o dell’ effetto facile.

Anzi, muovendosi con sicurezza e creatività tra lastre, acidi, cera, bulini, inchiostro ecc., riesce a raggiungere  attraverso il suo segno sottile e preciso da scrutatore, che cerca di penetrare  l’essenza, la natura delle cose, effetti molto raffinati, originali, di una espressività quasi meticolosa e spesso in variazioni su uno stesso tema: mosche, farfalle, insetti vari o piccole cose della vita quotidiana.

Nel ’77 approfondisce ancora la sua esperienza nel campo di questa tecnica, frequentando i corsi sperimentali alla Calcografia Nazionale di Roma sul tema: Analisi dello strumento per una didattica dell’incisione. Scandurra esegue quindi 21 “stati” sulla stessa lastra, stampando ogni volta il risultato, documentando il lavoro con scritti e sperimentando tecniche di tutti i tipi fino alla distruzione della lastra. In questo periodo si sta inoltre manifestando un forte interesse per la rappresentazione della folla umana, ricerca ispirata da artisti come Callot e Stefano della Bela che si concretizza in una serie di incisioni ed acquerelli, come i “Bagnanti” e “Pastorali”.

Scandurra, come una sorta di Breugel o Hieronymus Bosch moderno, tratteggia qui con estrema spontaneità del segno e intensità del colore  minuscole figure sistemate sul foglio come sequenze di un racconto, a volte incasellate in quadrati irregolari, un po’ a modo dei pannelli dei cantastorie siciliani, ma anche delle icone e di molta arte sacra, a volte a righe, a ritmo di scrittura.

Davanti agli occhi stupiti e divertiti dell’osservatore sfila un infinità di personaggi grotteschi di tutti i tipi in una grande varietà di atteggiamenti e di situazioni: uomini panciuti, donne con enormi sederi, simili a delle divinità preistoriche, mendicanti, storpi,  pastori con lunghi bastoni, cavalieri e cacciatori con lance sottili, animali domestici primordiali, centauri ed altri esseri fiabeschi o mitologici, che sembra affiorino dalla memoria all’infanzia  siciliana dell’artista, dove  realtà e favola si mescolano.

Un pullulare che sembra rimandare a un mondo lontano, arcaico o visionario che sia, ma che ci trasmette comunque qualcosa di familiare, di conosciuto, forse perché Scandurra ci mostra, ovviamente con molto senso di umorismo, l’umanità com’ è, nel suo essere più profondo, nel suo stato naturale e selvaggio, senza abbellimenti o artifizi culturali, più e meno come lo immaginavano gli illuministi francesi alla Rausseau, solo da un punto di vista più disincantato.

Verso il ‘78 comincia a realizzare in pittura l’idea degli archetipi e dei totem, di cui si sta già interessando da qualche anno.

Nasce così la serie dei grandi “Totem” ed “Archetipi”, figure imponenti “arcimboldeschi” che sembrano di emergere dal caos primordiale elevandosi davanti ai nostri occhi come esseri viventi, palpitanti, effetto reso attraverso la combinazione di elementi minerali,vegetali ed animali che appaiono in continua trasmutazione.

 Questa sorta di bestiario antropomorfo è stata spesso paragonata alle poetiche dell’irrazionale, nate tra le due guerre mondiale, quella corrente che va dal antico mondo picassiano alle sintesi plastiche di Brancusi, dallo studio della cellula primaria di Arp alle metamorfosi surreali di Sutherland, ma Scandurra va oltre una mera concezione surreale, i suoi “Totem “ ed “Archetipi” derivano da ricerche approfondite nell’ambito dell’esoterismo cristiano e dello studio comparato delle dottrine orientali e dello yoga. “Scandurra”, afferma la critica d’arte Fiorella Puglia, “ha voluto indagare sulle origini dei miti ed è arrivato al momento d’indistinzione e comunicazione tra la vita biologica e psichica: allo stato naturale dell’essere.

Ha quindi trasposto il patrimonio di fantasie, sentimenti e ricordi del uomo, riportando sulla tela i messaggi dell’inconscio individuale e collettivo, dove i simboli non sono un vuoto gioco dell’ambiguo, ma la rivelazione di una realtà interiore profonda”.

Le prime esperienze di questo periodo si concentrano in una mostra alla Galleria Trifalco, dove viene esposto una serie di acquerelli rappresentanti il “mondo arcaico”, presentati in catalogo da G.Giuffré. Nel ’79 la stessa mostra viene presentata a Parigi, alla galleria Camille Renault e suscita molte reazioni positive nella stampa francese come su Le Figaro, Liberation ed altri giornali importanti. L’artista conosce in questa occasione Orfeo Tamburi e molti esponenti del mondo culturale parigino. In seguito alterna il lavoro di artista con il restauro delle icone bizantine raccolte nell’Eparchia di Piana degli Albanesi, opere importanti che vengono esposte poi nell’80 al palazzo arcivescovile di Palermo.

Questo alternarsi di restauro, insegnamento, attività artistica ed espositiva caratterizza la vita di scandurra fino ai giorni d’oggi. o alternarsi di restauro, insegnamento. Importante da ricordare, infine, sono i due viaggi in India che Scandurra intraprende rispettivamente nel ’83 e nel ’85 rimanendo affascinato dalla primitiva bellezza dei luoghi e coronando così, in questo peregrinare tra tempi e luoghi sacri, le suo ricerche spirituali, che, come anche le sue ricerche artistiche, sono sempre orientate verso la ricerca del se,  verso la fiammella divina che si ritrova in ogni essere umano.

Questa ricerca del se,  in questi ultimi vent’anni, l’artista ha portato avanti soprattutto attraverso gli “archetipi” che col tempo si sono trasformati in “cavalieri inesistenti”, che rispetto ai primi archetipi, sono diventati come corazze vuote, senza volto e senza anima, quasi a voler denunciare il vuoto del uomo tecnicizzato e digitalizzato di oggi, orientato verso il materialismo e verso il denaro e che influenzato dai continui messaggi subliminali del potere televisivo ha perso la sua identità intuitiva, allontanandosi così dal proprio se interiore. Concludendo questo viaggio artistico di Scandurra è interessante constatare che la tavolozza, attraverso tutti questi percorsi vari, è rimasta sempre quella legata alla grande pittura coloristica  della tradizione del nostro Novecento Italiano.

Questi esseri primordiali, più volte dotati di una specie di occhio ciclopico, rappresentano i  guardiani vigili e severi delle forze della natura,  sono i ”guardiani della soglia”.

                                                    Sonja Maria Helene Peter

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