Bruno  Canova

                                          

Lo studio del Maestro

           

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Nato a Bologna nel 1925, vive e lavora a Roma

 

 

Palazzo Castelli Roma

 

                                                     

                                                            

Foto: Franco Folgori
Foto: Franco Bianchi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Notturno
Festa
La strage degli innocenti
serie: Mare in scatola
La sinfonia del cavolo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Studio Palazzo Castelli 1950

 

 

 

 

 

 

 

HANNO SCRITTO DI LUI:

 

V. Aculeo, G. Arfè, Berenice, C. Bernari, E. Bilardello, F. Bologna, V. Buonassisi, F. Calzavacca , G. Carcano, P. Civitareale, G.M. De Angelis, R. De Grada, A. Del Guercio, G. Di Genoya, E. Fezzi, E. Forcella, N. Gaudino, L. Gemini, G. Giuffrè, V. Guzzi, I. Insana, S. Italia, L. Lombardo Radice, M. Maiorino, R. Margonari, V. Mariani, G. Marussi, G. Mar­ziali, A. Masullo, D. Micacchi, D. Morosini, S. Orienti, C. Paternostro, C. Radice, S. Rossi . F. Simongini, L. Tallarico, L. Trucchi, M. Venturoli, R. Vespignani., G. Vidal, C. Vivaldi.

 

RACCOLTE PUBBLICHE

CHE CONSERVANO LE SUE OPERE

 

Bologna, Galleria d'Arte Moderna

San Marino, Galleria Nazionale d'Arte Moderna Suzzara, Galleria d'Arte Moderna

Copparo, Galleria Comunale O. Marchesi Arrone, Pinacoteca Comunale

Mosca, Museo Puskin (gabinetto grafico)

 

" L' ARTE DELLA GUERRA "    di Bruno Canova

Oltre trent'anni di lavoro per ricostruire le atrocità della guerra

Centocelle, dove abita Bruno Canova, è una città ai margini della città, bianchi di calce i palazzi nuovi, giallastro e butterato il vecchio nucleo della borgata fascista, con qualche muro ancora spellato dalle raffiche dei mitraglia­menti. Ha una topografia improbabile, tra campi accestiti, marane e «merca­tissimi» all'americana: il mondo tipico, insomma, della periferia romana, incerto tra spettacoli di miseria orientale e pretenziosi conati di rispettabilità  impiega­tizia. Qui Bruno lavora da mesi, ed ecco questa bolla raccolta di disegni, la prima redazione di un viaggio commosso, ogni incidente raro e da annotare, ogni incidente prezioso: da scrivere, perchè questi fogli si possono leggere come lettere gremite di una fittissima calligrafia. zeppe di scoperte e di avven­turosi pentimenti, di preposizioni cancellate, pastillate, sovrapposte. Un disor­dine apparente, sia chiaro, che invece Canova vuole vedere di cos a e fatto vera­mente il caos, riconoscendo in un mucchio di detriti, e recuperandoli con un segno limpido, gli oggetti della miseria: fiaschi spagliati; cassette, barattoli, ruote, ortiche, stracci, scarpe sfiancate, e ancora giornali, assicelle, catini, 'orinali, carcasse di motociclette, assurdi carrozzini fatti con le scatole di sapone; le cose di «prima necessità» che la cività cittadina,  polverizza e accumula intorno a se, giacendovi come una scrofa nel proprio sterco. Potrebbe essere questo il faci­lissimo pretesto per aggiornatissimi e anodini furori informali, se Canova non traducesse la sporcizia con tanta pulizia, 'con la paziente passione di chi vuole riaggiustare un giocattolo rotto o ridare dignità  a ciò che sembra irrimediabil­mente decaduto; se non ci fosse in lui tanta meraviglia di ritrovare ancora suggestivi gli arredi della vita quotidiana. Si guardi questa. sua bidonville romana, un panorama senza orizzonte di baracche e superflue recinsioni, l'intersecarsi degli episodi e dei personaggi in uno spazio capovolto e appiattito: il segno ha la lucidità e la mordente perse­veranza di certi montaggi urbani di Grosz, ma ne rifiuta la perfidia, trasforma la malattia e l'invettiva di humor, in un «fraseggio» teneramente paradossale. Rimane, di maudit, solo un vago senso di fastidio, l'uggia di un convivere troppo fitto di donne e bambini seminudi, di galline e cani slombati. E tutto si risolve in affetto: come nel disegno dello studio di Attardi, un ritratto indi­retto i cui lineamenti sono tavoli e pennelli e stufe, strumenti imprecisabili e dimenticati, tutti a affollati alle spalle di lui che lavora chino, un una fervorosa solitudine da primo atto della Bohème. L'originalità di Canova consiste nell'aver capito che il proprio talento di narratore non era un vizio da mortificare. Avrebbe potuto preoccuparsi delle fobie del gusto corrente che sopporta a mala pena il racconto - «l'impossibile miracolo », «il miracolo dell'ignoranza» - solo nei nipoti naifs, falsi o veri, del Doganiere: ha scontato, Invece, in anticipo  le inevitabili e rituali confusioni che resistono tenacissime tra la didascalia e la rappresentazione. Deve essersi guardato allo specchio - come in questo suo autoritratto tinto di rosso infernale, così scopertamente cattivo da risultare in fondo buonissimo, quasi una maschera di carnevale - fino a leggersi negli occhi il senso della voca­zione che discende dai disegnatori del Simplicissimus, Paul, Wilke, Arnold, Gulbransson, fino a Grosz e a Chagall; e ne ha affrontato le trappole, alla fine non più mortali di quelle che si aprono sotto i piedi di chi cuce sacchi o salda lamiere. I disegni di ,Canova sono dunque soprattutto «recitati»: è necessario, per comprenderli, arrendersi alla loro favola e farsi condurre dal segno alla loro morale, che e aspra e melanconica, e affatto facile malgrado le apparenze: che a prima vista vien naturale ridurre questo microcosmo di usuratissimi strumenti, ad una ritardataria poetica populista: e tale resterebbe se il sogno, in forma di scherzo, o di visione o di incubo, non ne stravolgesse e approfondisse il significata, insinuando tra le righe il sospetto di una diabolica disposizione della realtà più domestica a diventare spigolosa e tagliente, misteriosa e imprevedibile. Così questi oggetti da rigattiere tradiscono, oltre la loro mite apparenza, una strana capacità di volar e di dilatarsi, quasi cavalcassero tutti verso una sabba, o precipitassero, avvitandosi nel vento, al fondo di un pozzo senza luce. Gli armadi contengono tutte le nostre inquietudini infantili, la strega e il lupo mannaro, gli abiti vuoti, stesi ad asciugare, esprimono dalle loro pieghe un profilo evanescente, la larva rampante del loro proprietario, è intera la stanza del bambino mota intorno al suo sonno di cucciolo bastardo e rissoso. Ma attenzione, questa di Canova non vuol essere una saga della memoria, o un'evasione in groppa alle facili dissociazioni dell'impossibile: al contrario, egli ci propone la magia adesso, nel momento in cui viviamo e in termini - se il bisticcio  è possibile - di rigorosa razionalità. Il suo fantasticare non tende cortine fumogene, pretende invece d'essere strumento di conoscenza, metodo e chiarezza. Ed ecco il lato più positivo e incoraggiante del suo racconto: la speranza che, dopotutto, il mondo sia ancora da figu­rare, straordinario proprio per quello che sembra, e attendibile per la forza delle sue infinite contraddizioni.              Renzo Vespignani